| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 6, pp. 2-5 | ||
| (2-3-4-5) |
|||
| Data: | 3 gennaio 1904 |

pag.2

pag.3

pag.4

pag.5
2
Uno dei vanti a cui tiene più Enrico Ferri é quello di aver studiato direttamente dei malfattori. Ogni dieci pagine dei suoi libri di criminologia egli sente la voglia di far sapere ch'è andato nelle prigioni e che ha visto coi propri occhi e toccato colle sue mani qualche centinaio di criminali. Bisogna immaginarselo, con un metro in tasca e qualche formula in capo, andar peregrinando per le patrie galere a palpeggiare crani di grassatori e d'omicidi, a misurare faccie di stupratori, a confrontare le mani dei ladri e a raccoglier risposte d'incendiari e di truffatori. E non ho nessuna difficoltà a credere che, per amore del positivismo, egli abbia spinto le sue ricerche e le sue misure anche ai pazzi e alle prostitute ed io mi raffiguro senza sforzo il nostro grande scienziato, in compagnia della sua barba e della sua tracotanza, penetrare i misteri inquietanti dei manicomi e dei postriboli. Avanti di farsi capo della teppa politica e del canagliume della strada, egli ha visitato con devozione gli ospizi della teppa incarcerata e della canaglia sotto catene.
Non gli togliamo dunque la gloria di queste imprese e la dolcezza di tali ricordi. Riconosciamogli, senza invidia la sua qualità dì assiduo delle case di forza e di frequentatore dei delinquenti. Tentiamo piuttosto di trarre da questo carattere qualche sintomo significativo.
In generale si studia, e si ricerca ciò che s'ama: si potrebbe supporre che il Ferri, come tutti i positivisti, specie biologi, avesse una simpatia istintiva per quello che di più basso, di più sporco, di piu vile si genera fra gli uomini?
L'ipotesi potrebbe esser resa verosimile dal fatto che le sue simpatie son passate dai malfattori agli straccioni, da quelli che uccidono e rubano per conto loro a quelli che vorrebbero uccidere e rubare collettivamente.
E d'altra parte ci soccorre l'idea geniale di un sociologo che il Ferri cita volentieri, Gabriel Tarde, il quale ha dato uno svolgimento scientifico a quel dettato popolare che ammonisce che coloro che praticano gli zoppi finiscono collo zoppicare. L'imitazione, sostiene il pensatole francese, é il principio che regola la vita sociale, ed io non vorrei che a Ferri, praticando a lungo i reclusori e i manicomi, si fosse attaccato qualche germe di delinquenza o d'alienazione. Per ora bisogna confessare che egli ha cercato più, come avvocato, di giustificare dei delitti piuttosto che farne, ma un osservatore sottile potrebbe dire che nel Ferri la delinquenza e la follia hanno subito una trasformazione profonda, che le sottrae alle manette del poliziotto a alle doccie dello psichiatra. Si potrebbe sostenere che nel Ferri la delinquenza ha cambiato forma: é passata dalla strada al libro, dal piano pratico al piano intellettuale. Da uomo di scienza ha commesso dei crimini scientifici e delle contravvenzioni di metodo.
E questo maligno giudice istruttore spirituale potrebbe citare il Ferri come ladro, poiché ha rubato agli altri non poche idee; come truffatore, perchè ha fatto passare per scienza ciò ch'é un insieme di sgobbatura asinesca e di ciarlataneria da Dulcamara; come assassino, perché ha cercato di ferire moralmente a morte colle invettive e colle calunnie quelli che gli davan ombra; come incendiario perchè ha tentato di gettar nel paese gli eccitamenti alla rivolta contro le leggi e le forze della nazione; come stupratore perché da una scienza giovinetta, dall'antropologia, ha voluto far nascere una grande scienza: l'antropologia criminale, e una grande rivoluzione: la riforma penale.
E si potrebbero trovare nella sua opera perfino degli esempi, se non di prostituzione, almeno di prossenetismo, come quando egli voleva per forza gettar tra le braccia l'evoluzionismo individualista del vecchio Spencer al suo collettivismo, dottrina ebraica ad uso dei miserabili. Quanto alla pazzia uno psichiatra che osservasse, come fece il Venturi, anche le forme sociali dell'alienazione mentale, potrebbe trovare degli indizi interessanti nella sua agitazione, nella sua megalomania, nella sua smania di mettersi avanti, di perseguitare e d'esser perseguitato.
Ma io non son qui a fare il giudice, o il medico: voglio scoprire soltanto qualcuno dei delitti scientifici commessi da questo scienziato parlando di criminali. Delitti che non sono soltanto suoi, ma anche della scuola a cui appartiene, con alla testa Cesare Lombroso, altra chioccia brevettata di pulcini e pulcinelli positivisti, biologi e socialistoidi dai quali occorrerà, poco a poco, purgar l'Italia. Purché la nausea non ci vinca.
3
Un bel giorno l'Italia non si contentò più di fornire al mondo la più bella collezione di delinquenti che si possa immaginare, ma volle anche avere una letteratura sui delinquenti.
Allora Cesare Lombroso, dopo aver raccolto delle idee in Francia, dei metodi in Germania e dei fatti in Inghilterra, cominciò nel 1871 a intrattenere gli italiani del piacevole argomento dell'uomo delinquente. Dopo i libri si moltiplicarono, le tabelle si accumularono, sorsero gli scolari, i critici, i traduttori e n'uscì fuori la Scuola Criminale Italiana, unico articolo di esportazione intellettuale, fino a pochi anni fa, del nostro paese.
Enrico Ferri, il quale si occupava in quei tempi di buttar giù il libero arbitrio, non si curò troppo delle nuove dottrine e quello che doveva parlare poi tanto di misoneismo, impiegò circa dieci anni ad occuparsi davvero di criminologia. Nel 1885 uscivano i Nuovi orizzonti del diritto e della procedura penale, che però non sono opera di vera e propria criminologia, nel 1880-81 gli Studi sulla Criminalità in Francia nel 1883 gli Studi comparati di antropometria criminale e normale e il libro su Socialismo e Criminalità, nel 1884 l'Omicidio-Suicidio, nel 1802 la Sociologia Criminale (rifacimento dei Nuovi orizzonti) nel 1891 la monografia sull'Omicidio, oltre a innumerevoli lezioni, conferenze, articoli ed opuscoli, di riassunto, di commento o di propaganda.
Non é l'attività che manchi al Ferri, egli è davvero uno dei grandi lavoratori d' Italia: per chi ritiene, democraticamente, il lavoro una virtù, il tribuno criminologo meriterebbe un elogio simile a quello che i moralisti fanno dell'asino e della plebe. Ma, sfortunatamente, nella scienza non é la quantità ma la qualità del lavoro compiuto quella che vale. E bisogna confessare che i libri del Ferri son fatti in un modo molto sbrigativo: grandi citazioni, grandi ripetizioni, grande abbondanza di bibliografia, quasi a compensare la scarsità delle idee nuove, e una forma sciatta e dimessa, senza colore e senza vita, che renderebbe assai strana anche la sua fama di oratore, se non si pensasse alla facile contentatura delle folle italiane.
E per questa nostra contentabilità, che ci fa accogliere i rifiuti degli altri popoli e che fa dei nostri operai quelli che si contentano di più piccola mercede, si è formata la fama del Ferri come scrittore di criminologia. Conveniamo che le apparenze potevano trarre in inganno.
Il Ferri, come gli altri suoi commilitoni in delinquenza, si è presentato in veste di novatore e di ribelle. Si trattava nientemeno d'introdurre il metodo sperimentale nella criminologia e di diminuire il numero dei delitti, di studiare il delinquente invece del delitto, e di trasformare le basi del diritto penale.
Senza indugiarci a chiedere come l'esperienza sia concepibile nello studio dei criminali, poiché sperimentare significa vedere se si compiono o no certe azioni mutando certe condizioni, vediamo in qual modo non l'esperienza ma l'osservazione dei criminali vien fatta dal Ferri.
La prima cosa che meraviglia gli studiosi è la scarsità, dei soggetti studiati, rispetto alla massa generale dei delinquenti e a quella dei normali.
Bisogna cominciare col sottrarre dagli individui studiabili coloro che commettono dei delitti, che non vengon considerati come tali legalmente. Molte volte, scrive lo stesso Ferri gli «istinti criminali si sfogano in forme velate, schivando il codice penale; invece di uccidere col pugnale si persuaderà la vittima ad imprese pericolose; invece di rubare sulla pubblica via si froderà nei giuochi di borsa; invece di stuprare con violenza si sedurrà per poi abbandonare la tradita ecc. A lato della delinquenza legale ed apparente è la delinquenza sociale o latente, ed è difficile dire quale delle due sia la più numerosa.» (Soc. Crim., 1892, 103).
E non basta. Bisogna sottrarre coloro i quali commettono dei delitti, ma hanno l'accortezza e la fortuna, molto frequente di non farsi acciuffare dalla giustizia (v. Soc. Crim., 104). Inoltre bisogna considerare tutti quei delinquenti che sono a disposizione dei criminalisti ma che questi non studiano. Su tutte le migliaia di malfattori albergati dalle prigioni d'Italia il Ferri non ne ha visti, ch'io sappia, che poche centinaia. Per quanto siano laboriosi e spicciativi i nostri lombrosiani si sa ch'essi non hanno avuto fra mano che una parte piccolissima della delinquenza europea.
E in questo residuo minimo di delinquenza troviamo almeno dei caratteri costanti? Neppure. Il Ferri medesimo costretto a riconoscere che «i caratteri antropologico-criminali si sarebbero riscontrati in un contingente che sta fra il 40 e il 50% della massa dei delinquenti» (Soc. Crim., 155) e afferma che «nella massa dei delinquenti ci sono quelli d'occasione, e sono molto numerosi, che non presentano un tipo criminale spiccato» (Soc. Crim., 108). In modo che il preteso tipo è rappresentato dalla minoranza di una minoranza. In quella piccola quantità di criminali studiati, si riscontrano i caratteri solo in una piccola quantità. Facendo un calcolo molto approssimativo avremo:
| Delinquenti non legali | 30% | ||||
| Delinquenti non scoperti | 20% | ||||
| Delinquenti non studiati | 40% | ||||
| Delinquenti studiati | 2% |
Su questo 2% l'1% non possiede il tipo, in modo che il decantato tipo criminale rappresenta soltanto per ora, in modo assoluto, l'1% di tutti i delinquenti reali, senza che ci sia la certezza che i criminali non caduti sotto le mani criminologiche presentino la stessa proporzione del 40 o 50% riscontrata negli esaminati.
Tanto più che i criminologi positivi non pensano alle differenze delle razze, non si curano di vedere se certi caratteri che sono anormali in una razza europea siano invece distintivi di una razza australiana, se il tipo criminale cinese corrisponde al tipo criminale europeo 1.
1 Infatti il Fano non riscontrò stigmate degenerativo nei delinquenti cinesi (Un fisiologo intorno al mondo. Milano, Treves, 1899, pag. 259).
Mentre la scienza dev'esser generale essi non si occupano che di una parte del mondo, e, deposta ogni tradizione universalista della scienza, il Ferri confessa tranquillamente ch'egli fa «della sociologia criminale per i paesi civili del nostro tempo e non per tutti i paesi del mondo nè per ogni fase di evoluzione umana» (Soc, Crim., 89). Forse il Ferri vuoi reagire all'astrazionismo della scuola classica che studiava il delitto in sè come fatto universale senza occuparsi del delinquente? Non avrebbe tutti4
i torti perchè nelle scienze biologiche e sociali dove non c'è modo di fare delle comode sintesi, bisogna scendere al particolare. Ma il Ferri si arresta a metà nella sua nova idea: all'astrazione delitto egli minaccia di sostituire l'astrazione delinquente.
Egli fa del delinquente una classe o più classi, cioè qualcosa di generale, incompleto, d'impoverito. Egli studia i caratteri comuni di concetto, di una collettività e non più la realtà vivente e completa ch'è l'individuo. Non c' è il delinquente come non c'è il delitto: c'è il delinquente A, il delinquente B, il delinquente C, ognuno coi suoi caratteri personali, individuali, singolari, che ne fanno quello che è, distinto da ogni altro.
Invece il Ferri all'individuo sostituisce la classe, le categorie: dopo essersi allontanato dal razionalismo nelle intenzioni se ne avvicina di nuovo nel fatto.
Infatti quando vuol dare una definizione generale del delinquente egli fa delle scoperte sull'aria dì quelle di M. De la Palisse. Cos'è il delinquente? E un anormale, risponde il Ferri, una varietà antropologica con caratteri patologici, degenerativi di origine atavica. Cosa significa tutto ciò? Che il delinquente non è un uomo come tutti gli altri, ch'è un malato e che somiglia ai bruti ed ai barbari.
C'era bisogno di tanti volumi per venirci a rivelare codesti straordinari segreti? Se un uomo uccide è certo che non fa come la maggioranza e siccome ciò che nuoce e non è comune alla maggioranza si chiama malattia così noi possiamo dire che quell'uomo è malato, come da tempo immemorabile, si chiama belva e selvaggio chi commette azioni contrarie agli interessi e ai sentimenti dei componenti una certa società. Siamo addirittura nella sfera dell'osservazione comune, volgare, secolare. L'unica cosa che può sembrar nuova è l'atavismo, che dalla biologia generale s'è voluto portare nell'antropologia, ma siccome esso poggia sull'Eredità, la quale è il più dubbio e oscuro problema biologico degli ultimi tempi, non c'è da insisterci troppo. Possiamo, volendo, confrontare il selvaggio e il delinquente, ma quanto allo stabilire una filiazione in questo caso particolare bisognerebbe veder più chiaro nella filiazione in generale.
Tanto più che ammettendo il concetto del delinquente come selvaggio sperduto nella civiltà, saremmo portati a una graziosa conseguenza. Siccome quegli atti che si dicon delitti son normali in una società di selvaggi e siccome non possiamo credere che lo stato presente sia l'ultimo stadio dell'incivilimento umano, siamo forzati ad ammettere che molti di quegli atti che oggi sembrano a noi naturali saranno considerati nel futuro come criminosi. Cioè bisogna concludere che i selvaggi posseggono tutti i caratteri antropologici della delinquenza, e che noi tutti, oggi, possediamo di quelle stigmate degenerative, segnali di delitti, che serviranno ai futuri lombrosi per scoprire la nuova criminalità. Oggi siamo tutti dei delinquenti nati; quando la morale progredirà e il tipo sarà modificato, quelli che ci somiglieranno saranno le vittime designate alle misurazioni di qualche Ferri o di qualche Marro.
E, se avete dimenticato Haeckel, il Ferri vi ricorderà che l'ontogenesi ripete la filogenesi, cioè che i fanciulli sono, fra, noi, quelli che più si avvicinano al tipo delinquente.
Le scuole elementari, per chi non lo sapesse, sono le succursali delle carceri e l'infanzia, che rappresenta fisicamente l'età più estetica dell'uomo, è quella che più si accosta all'ideal ceffo dell'assassino ferriano.
Però, bisogna convenire che il Ferri non insiste molto sul carattere atavico del delitto. In fatto di scienza egli è oltremodo concigliativo; per non scontentar nessuno copia da tutti. Egli si da cura di fare uno specchietto delle varie opinioni circa i fattori della delinquenza e dopo avere enumerate le varie, teorie dei delitto, dopo aver citato chi lo ritiene un'anormalità biologica, chi lo crede una normalità biologica, come quell'ingegnoso Albrecht il quale unico fra tanti ha lo spirito di sostenere che il delitto è la cosa più naturale, più normale che ci possa essere, e dopo aver messo in fila chi l'attribuisce a cause cosmiche e chi a ragioni sociali, finisce col mettere col suo nome la sua teoria: Il delitto ha origine biologica-fisico-sociale. Egli raggiunge così l'originalità senza inventar nulla, e concilia tutto senza scontentare nessuno. Non si potrebbe essere più abili di così.
Eppure il Ferri tiene all'originalità e tiene a far credere che ha inventata lui la classificazione dei delinquenti adottata dalla maggior parte dei criminalisti e che consiste nell'ammettere due gruppi di criminali, uno d'incorreggibili (delinquenti pazzi e delinquenti nati) e uno di correggibili (delinquenti d'occasione e delinquenti di passione) più una categoria intermedia, di gente che sta sospesa nel limbo tra il vizio e la virtù e che il Ferri chiama delinquenti abituali. Ora questa classificazione potrà esser magari nuova, per quanto paia che lo sia fino a un certo punto, ma è certamente inutile. Infatti che cosa mi dice la categoria dei pazzi? Ì delinquenti sono degli anormali, dei malati, e, secondo gli stessi lombrosiani, dei malati di spirito: il delinquente non è dunque una classe dei pazzi? E che significa il dirmi che ci sono dei delinquenti nati? Siamo sicuri che tutti quelli che hanno certi caratteri antropologici commettano dei delitti e che un regime individuale o sociale diverso non possa impedire la ipotetica loro delinquenza? Tutti i selvaggi son forse tutti assassini? E quanto ai delinquenti d'occasione non bisognerà ricorrere a qual cosa di più profondo del momento, cioè a una passione o ad una malattia? E basta la passione per spiegare un delitto? Quanti sono agitati da una stessa brama, da una stessa ira, eppure, perchè son diversi, agiscono diversamente! Non parliamo poi della categoria degli abituali, classe ambigua, anfibia, incerta, che sembra fatta per comodo degli psichiatri in imbarazzo.
Quello che si nota in questa classificazione è la tendenza ad attribuire la parte di cause a segni esteriori e superficiali.
Infatti quando egli parla dei fattori del delitto egli intende come cause anche i caratteri antropologici esterni in nodo che bisognerebbe ammettere che la mandibola sviluppata e il colorito livido degli occhi degli omicidi sono ad esempio, fra le cause dì un assassino. Ora io potrei ammettere i caratteri somatici come cause quando si trattasse tutto al più di caratteristiche del sistema cerebro-spinale, che il nostro frettoloso materialismo pone a sostrato della vita psichica. Ma non posso comprendere certi caratteri esteriori, come la scarsità della barba o lo sguardo freddo, presi come fattori di una reazione psichica quale il delitto.
E qualcosa di simile si potrebbe osservare riguardo
5
agli altri fattori fisici e sociali. Poichè un certo numero di uomini posti nelle stesse condizioni di clima, di economia e di società si comporta diversamente, reagisce in modo vario, uno con la creazione, un altro colla rassegnazione, un terzo con un omicidio, significa che le ragioni profonde delle diverse forme di reazione risiedono nell'intima costituzione psicologica degli individui. È là che occorre cercare la soluzione del problema, nell'indagine interna personale, più che nella descrizione delle anormalità craniche e delle forme del naso. I positivisti eran troppo grossolani per farsi psicologi e si son fatti fotografi: non potendo penetrare l'interno hanno misurato l'esterno.
Ma il Ferri non ha fatto soltanto delle misure, non è stato solo un antropologo ma un penalista. Egli viene dall'avvocatura più che dalla medicina. E infatti egli ci ha dato la teoria penale più completa che offra la scuola lombrosiana. Mentre la scuola classica si occupava della pena come funzione distributiva in base a un concetto morale dì colpa volontaria, il Ferri riconosce nella punizione «la sola natura dì funzione difensiva o conservativa della società» e «l'indipendenza di questa funzione da ogni criterio di libertà morale o di morale colpabilità» (Soc. Crim., 426). Da buon evoluzionista egli risale ai primi organismi e scopre che tutti reagiscono: la pena è difesa collettiva contro le azioni antisociali. La vendetta non è più individuale, come nelle società imperfettamente organizzate, ma diviene sociale. La collettività vuol vivere ed è costretta a difendersi contro chiunque insidia la sua esistenza. La pena è una funzione biologica. E sta bene: essa non è mai stata altro malgrado le superstrutture più o meno razionali di cui i ragionatori criminalisti l'hanno voluta ricoprire, ma il Ferri non creda di averla fatta finita colla morale. Che l'uomo sia libero o no, lo condanneremo egualmente quand'é nocivo agli interessi dominanti.
E inoltre il concetto di difesa include due affermazioni morali: ch'é bene che la società esista, e che una parte degli uomini può tranquillamente togliere la libertà a un'altra parte. Non c'era bisogno di mandar via la morale, ché, in ogni caso, anche cacciata dalla finestra rientra dall'abbaino.
Ma il Ferri non ha troppo simpatia colla morale. C'é forse, in quest'odio, un calcolo segreto? Non si potrebbe supporlo, oggi soprattutto ch'egli si è fatto il Rodomonte e il Don Quijote della pubblica purità. Ma la morale gli serve di strumento, come i libri di criminologia che il popolo non legge o non intende gli hanno giovato a passare per grande uomo e per eroe della sapienza.
Invece abbiamo continuato a vedere ch'egli non é nè un eroe nè un dominatore, ma soltanto uno scolaro, un imitatore, un ripetitore e un superficiale. E non ho finito. L'aspetto ancora al varco, come sociologo, come socialista, come sostenitore del materialismo storico e banditore del regno degli straccioni. E con sonore risa gli daremo gli ultimi colpi. Ma il fantoccio, morto intellettualmente, continuerà a capitanare le grandi imprese popolaresche, cavalcando il cavalluccio claudicante del positivismo democratico e criminale. Ma a tali pubblici sconci altra risposta converrebbe che di parole.
◄ Indice 1904
◄ Il Regno
◄ Cronologia